Jacques Dutronc

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“Pur essendo un fenomeno abbastanza commerciale, l’idolo di tutte le ragazze Yé Yé francesi sapeva emanare quell’aurea da rock star e pazzo schizofrenico che molto si addice alle sue canzoni (Steve Muvjele – Giugno 1967)”

ImageCantante, cantautore e attore cinematografico, Jacques Dutronc si guadagnò la popolarità in Francia grazie alle sue canzoni che incarnavano perfettamente lo spitiro di ribellione che caratterizzava gli anni sessanta. Seppe mischiare elementi della musica pop e dello stile Yé-Yé a sonorità più rock e garage. Estremamente fotogenico, dotato di molto carisma sia sul palco che davanti alle telecamere con i suoi testi spesso ironici e deficienti riuscì dal 1966 fino ai primi anni settanta a diventare un baluardo della ribellione di quei giovani bruciati che avevano voglia di divertirsi senza pensare troppo ai grandi problemi della vita e di tutta quella generazione di teenager che per prime conquistarono la loro emancipazione sessuale.

ImageRiuscì a diventare così popolare che divenne il compagno e poi successivamente il marito di una delle pupe più belle di tutta la Francia: Françoise Hardy. Oggi i suoi 45 giri sono molto ricercati; canzoni come “Et Moi et Moi, et Moi,” “On Nous Cache Tout, On Nous Dit Rien,” “Les Play-Boys,” sono entrate nella cultura popolare.

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Qui di seguito pubblico due dei due testi più divertenti che ho voluto tradurre personalmente:

L’Idole (Je N’en Peux Plus) – L’Idolo (Non ce la faccio più)


Toute la journee derriere moi
Et toute la nuit sur le dos
Dans la chaleur ou dans l’froid
Ils me poussent sur les treteaux
Leurs galas leurs recitals
J’en ai vraiment plein l’dos
Et a tous ces bourreaux
Je souhaite le supplice du palIlsvont me tuer
Je vais crever
Tous ils m’exploitent
Jusqu’a me battreEt puis mon impresario
Il s’enrichit sur mon dos
Non coco faut l’faire
C’est pour minuterie
Les filles qui s’jettent sur moi
Celles qui escaladent le toit
Celles qui disent et moi et moi
Oh comme je m’en mords le chinoisJe n’en peux plus
Ils vont me tuer
Oui ils m’ont eu
Je vais crever

Mais l’pire c’est qu’mon parolier
Non seulement il est fou a lier
Mais il voudrait m’faire chanter
Que des histoires d’obsedes
Je n’dors plus je n’mange plus
J’ai maigri je suis aigri
J’suis malade j’fais plus pipi ni caca
J’suis pas vieux mais j’en peux plus

Je n’en peux plus
Ils vont me tuer
Oui ils m’ont eu
Je vais crever
Aidez-moi j’vous en supplie
A r’trouver l’gout d’la vie
Aidez-moi j’vous en conjure
J’me tape la tete contre les murs

Je n’en peux plus
Je vais pleurer
Je suis foutu
Ils vont me tuer
Au secours au secours au secours…

Tutto il giorno mi vengono dietro,
e la sera mi saltano in groppa,
con il caldo e con il freddo,
mi spingo sul palco,
alle serata di gala, ai loro recital,
ne ho veramente piene le palle,
e tutti questi carnefici
vorrei impalarli.Mi uccideranno,
morirò,
tutti mi sfruttano
per combattere.E pure il mio impresario,
si arricchisce alle mie spalle,
non posso neanche avere
un minuto libero
le ragazze si buttano su di me,
quelle che si arrampicano sui tetti,
quelle che gridano “è mio! è mio!”,
oh come mi mordo il cazzo!Non ce la faccio più,
mi vogliono uccidere,
lo vogliono
e morirò.

Ma il peggiore è il mio paroliere,
non solo è un pazzo furioso,
ma mi vorrebbe far cantare
le storie degli ossessionati,
non riesco a dormire,
non riesco a mangiare,
sono dimagrito e raggrinzito
sono malato non faccio più la pipì e la cacca

Non ce la faccio più,
mi vogliono uccidere,
lo vogliono e morirò.

Aiutatemi vi supplico
a ritrovare il gusto di vivere,
aiutatemi vi supplico,
mi sto spaccando la testa contro un muro

Non ce la faccio più,
mi viene da piangere,
sono fottuto, mi vogliono uccidere,
aiutatemi, aiutatemi, aiutatemi!

La Fille Du Père Noël – La figlia di Babbo Natale

Je l´ai trouvée au petit matin
Toute nue dans mes grands souliers
Placés devant la cheminée
Pas besoin de vous faire un dessin

De battr´ mon cœur s´est arrêté
Sur le lit j´ai jeté mon fouet
Tout contre elle je me suis penché
Et sa beauté m´a rendu muet

Fatigué j´ai la gueule de bois
Toute la nuit j´avais aidé mon père
Dans le feu j´ai remis du bois
Dans la ch´minée y avait pas son père

C´était la fille du Père Noël
J´étais le fils du Père Fouettard
Elle s´appelait Marie Noël
Je m´appelais Jean Balthazar

Je prends la fille dans mes bras
Elle me dit mais non Balthazar
Ne fais donc pas le fier à bras
Je suis tombée là par hazard

Toute la nuit j´avais fouetté
A tour de bras les gens méchants
Toute la nuit elle avait donné
Des cadeaux à tous les enfants

C´était la fille du Père Noël
J´étais le fils du Père Fouettard
Elle s´appelait Marie Noël
Je m´appelais Jean Balthazar

Descendue chez moi par erreur
Elle était là dans mes souliers
Et comm´ je ne pouvais prendre son cœur
Je l´ai remise sur le palier

C´était la fille du Père Noël
J´étais le fils du Père Fouettard
Et elle m´a dit d´une voix d´crécelle
Bye bye au hasard Balthazar

C´était la fille du Père Noël
J´étais le fils du Père Fouettard
Elle s´appelait Marie Noël
Je m´appelais Jean Balthazar

L’ho trovata di mattina presto
tutta nuda nelle mie grosse scarpe,
proprio davanti al camino,
non c’è bisogno che ve lo spieghi.

Per un momento il mio cuore si è fermato,
sul letto ho buttato la mia frusta,
andai verso di lei
e la sua bellezza mi ammutolì.

Stanco, ho un dopo sbronza,
ho aiutato mio padre tutta la notte,
ho messo la legna nel fuoco,
ma nel caminetto non c’era suo padre.

Era la figlia di Babbo Natale
E io ero il figlio del Babau
Lei si chiama Marie Noel
Io mi chiamo Jean Balthazar

Ho preso la ragazza fra le braccia
e lei mi ha detto ma no Balthazar
Non montarti la tesa
sono cascata qui per caso

Tutta la notte ho frustato
con tutta la mia forza le persone cattive
e per tutta la notte
ho dato doni ai bambini buoni

Era la figlia di Babbo Natale
E io ero il figlio del Babau
Lei si chiama Marie Noel
Io mi chiamo Jean Balthazar

Venne a casa mia per sbaglio
Lei era qui nelle mie scarpe
E come non ho potuto rapire il suo cuore?
Le ho messo la schiena sulla porta

Era la figlia di Babbo Natale
Io ero il figlio del Babau
E lei mi ha detto con una voce stridula
Bye bye per sempre Jean Balthazar

Era la figlia di Babbo Natale
E io ero il figlio del Babau
Lei si chiama Marie Noel
Io mi chiamo Jean Balthazar

The Who – My Generation

The Who

“My Generation: un grido di battaglia lanciato da quattro adolescenti degli anni sessanta e da allora mai più zittitio. Rinvigorito da generazioni e generazioni di giovani quell’urlo passa ancora di bucca in bocca fra tutti i ragazzi che sfidano gli adulti e il loro mondo fatto di ipocrisie, paranoie e pregiudizi. My generation è come il falò il giorno della befana per liberarsi dell’anno vecchio… E in quel falò, purtroppo, dovrei finirci anche io,  ormai troppo vecchio per lottare contro gli adulti.” (Steve Muvjele – 18/04/2012)

Siamo nel 1965…

Un anno pazzesco dal punto di vista del rock’n roll… E’ in questo momento che la musica dei favolosi sixties inizia a prendere diverse forme, colori e sfumature; nasce l’idea di una rivoluzione sonora ancora più immensa di quella degli anni ’50. Si gettano le basi e si sviluppano svariati sottogeneri come il blues rock, il garage, la musica psichedelica e, volendo esagerare, anche una forma embrionale di punk rock. E’ l’anno in cui escono dischi da far rizzare i capelli tra qui Rubber Soul dei Beatles, Highway 61 Revisited di Bob Dylan, e la mitica Satisfaction dei Rolling Stones. In questo clima esce My Generation, l’album di debutto di una delle più pazze e divertenti rock’n roll band del Regno Unito.

Gli Who

Gli Who sono una band Londinese del 1964 composta da Roger Daltrey (voce), Pete Townshend (chitarra), John Entwistle (basso) e Keith Moon (batteria). Townshend è il compositore della maggior parte delle canzoni, insieme a Entwistle. La composizione della band rimane invariata fino al 1978, anno della morte di Moon; nel 2002 a causa di un infarto cardiaco muore anche Entwistle. Il gruppo è considerato uno dei più influenti nella storia del rock, ed è descritto come una delle band più innovative e potenti della musica contemporanea: hanno introdotto il concetto di opera rock, ed sono considerati i precursore di sottogeneri come il punk e il British Pop.

Il singolo

https://www.youtube.com/watch?v=f7Stkr_kiYY

La canzone è una delle più famose e popolari hit della band, è stata pubblicata come singolo il 5 novembre del 1965 e fu una vera rivoluzione in ambito musicale e sociale. Raggiunse in poco tempo il secondo posto nella classifica inglesi e si piazzò bene anche nelle classiche americane. Il singolo uscì sotto la Decca in Inghilterra, mentre negli Stati Uniti venne distribuito da un’ etichetta affiliata, la Brunswick. Come lato B del 7′ pollici troviamo la canzone Out in the Street nella versione inglese e  Shout e Shimmy in quella americana. (Qui di seguito le etichette dei dischi fronte e retro nelle due versioni e due copertine, una nell’edizione svedese, l’altra una ristampa americana.) Questa versione registrata il 13 ottobre ’65 ripropone in maniera pressoché fedele tutta l’energia e l’adrenalina della band durante le esibizioni dal vivo. Townshend apre la canzone con due accordi in puro stile punk rock; il bassista John Entwistle entra in modo aggressivo e con volumi sparati; Roger Daltrey urla e balbetta per tutta la canzone, mentre i cori d’ispirazione r&b di Townshend ed Entwistle, e i cambi di chiave verso l’alto, creano un pathos intenso e crescente che culmina come la maggior parte dei finali live degli Who: con la distruzione della strumentazione e con il fastidioso feedback della chitarra di Townshend. (Segue il video clip della canzone montato con diversi spezzoni delle esibizioni degli Who e fatto girare nei programmi musicali televisivi).

La voce di Roger Daltrey rispecchia appieno lo spirito e lo stile della canzone: veloce e aggressiva ma la vera innovazione strumentale della canzone è l’assolo di basso, uno dei primi nella storia della musica rock, registrato con un Fender Jazz Bass, distinto per la difficoltà nell’esecuzione al quale si sono ispirati molti bassisti dei decenni successivi.

Il balbettare di Roger e’ un altra invenzione geniale che conferisce al pezzo una stravaganza e strafottenza pura: c’è chi l’ha inteso come il voler simboleggiare l’incertezza della sua generazione, chi invece pensa stesse imitando un ragazzo strafatto di anfetamine, fatto sta che probabilmente l’idea nacque in sala incisione per caso, dovuta al fatto che Roger non riuscisse a sentirsi bene in cuffia.

Testo e traduzione

People try to put us d-down (Talkin’ ’bout my generation) Just because we get around (Talkin’ ’bout my generation) Things they do look awful c-c-cold (Talkin’ ’bout my generation) I hope I die before I get old (Talkin’ ’bout my generation)This is my generation This is my generation, babyWhy don’t you all f-fade away (Talkin’ ’bout my generation) And don’t try to dig what we all s-s-say (Talkin’ ’bout my generation) I’m not trying to cause a big s-s-sensation (Talkin’ ’bout my generation) I’m just talkin’ ’bout my g-g-g-generation (Talkin’ ’bout my generation)This is my generation This is my generation, babyWhy don’t you all f-fade away (Talkin’ ’bout my generation) And don’t try to d-dig what we all s-s-say (Talkin’ ’bout my generation) I’m not trying to cause a b-big s-s-sensation (Talkin’ ’bout my generation) I’m just talkin’ ’bout my g-g-generation (Talkin’ ’bout my generation) This is my generation This is my generation, baby People try to put us d-down (Talkin’ ’bout my generation) Just because we g-g-get around (Talkin’ ’bout my generation) Things they do look awful c-c-cold (Talkin’ ’bout my generation) Yeah, I hope I die before I get old (Talkin’ ’bout my generation) This is my generation This is my generation, baby La gente cerca di umiliarci (Parlando della mia generazione) Solo perchè andiamo in giro (Parlando della mia generazione) Le cose sembrano fredde (Parlando della mia generazione) Spero di morire prima di diventare vecchio (Parlando della mia generazione)Questa è la mia generazione Questa è la mia generazuione, babyPerchè non sbiadite tutti (Parlando della mia generazione) E smettete ti infangare quello che diciamo tutti noi (Parlando della mia generazione) Non sto cercando di causare una grande sensazione (Parlando della mia generazione) Sto solo parlando della mia generazione (Parlando della mia generazione)Questa è la mia generazione Questa è la mia generazione, baby Perchè non sbaidite tutti (Parlando della mia generazione) E smettete ti infangare quello che diciamo tutti noi (Parlando della mia generazione) Non sto cercando di causare una grande sensazione (Parlando della mia generazione) Sto solo parlando della mia generazione (Parlando della mia generazione) Questa è la mia generazione Questa è la mia generazione, baby La gente cerca di umiliarci (Parlando della mia generazione) Solo perchè andiamo in giro (Parlando della mia generazione) Le cose sembrano fredde (Parlando della mia generazione) Sì, spero di morire prima di diventare vecchio (Parlando della mia generazione) Questa è la mia generazione Questa è la mia generazione, baby

Si dice che Townshend trasse l’ispirazione per il testo da un buffo episodio capitatogli con nientepopodimeno che la regina Elisabetta, la quale avrebbe fatto spostare dal carro attrezzi la macchina di Pete parcheggiata nel quartiere di Belgravia durante un suo abituale giro in città.

«My Generation parlava di come trovare un posto nella società», ha spiegato Townshend a Rolling Stone nel 1987. «Ero davvero perso. La band era giovane. Credevamo che avremmo avuto una carriera molto breve».

Per quanto riguarda i risvolti sociali, divenne l’inno del movimento dei cosiddetti Mods e, più in generale, di tutti i giovani inglesi arrabbiati perché convinti che gli adulti non potessero capire un cazzo per il solo fatto di essere adulti.

I Mods

Mods, abbreviazione di Modernism, furono un movimento subculturale giovanile che nacque a Londra alla fine degli anni ’50 che si sviluppò soprattutto negli anni ’60 nel sud dell’Inghilterra. Ciò che li caratterizza fin da subito è una spiccata predisposizione verso tutto ciò che è nuovo ed insolito, la cura maniacale del proprio look e la musica.

Dal punto di vista della musica, il termine era stato coniato inizialmente per definire i fans del “modern jazz”, ma poi si divise in due rami principali: il primo riguarda la musica nera statunitense degli anni ‘60, il secondo, invece, fa riferimento al fenomeno della cosiddetta British Invasion sempre degli anni ’60, della quale hanno fatto parte gruppi come The KinksThe Byrds e soprattutto The Who. I tratti che li contraddistinguevano erano una gran voglia di ribellione scaturita dalle difficili condizioni in cui erano cresciuti , oltre a una passione per l’estetismo. Per la prima volta i ragazzi sentirono di avere il diritto e l’abilità di cambiare le cose. (di seguito una video intervista ad un mod italiano degli anni ottanta appartenente al movimento revival)

Paint It, Black – Rolling Stones

“Ogni volta che mi facevo di acido e ascoltavo questa canzone alla fine riuscivo a comprendere la reale natura del mondo: un continuo ciclo di nascita e morte… e la morte era tutta pitturata di nero, e io le sparavo in faccia il disco degli Stones.”

Ragazzi, qui non si scherza più un cazzo. Questo è un blog sul rock’n roll e per comprendere questo brano non basta parlare di musica… Dovete elimina ogni sbarramento mentale, e sapere che Paint it Black equivale ad un incontro ravvicinato del terzo tipo con la divinià del Rock in persona. Il suo ritmo assennato sarebbe in grado di resuscitare i morti di un cimitero per rispedirli immediatamente nelle loro tombe a calci nel culo, e proprio di morte si parla e del nero che attanaglia.

Se v’è mai stato un momento nel quale i Rolling Stones abbiano venduto l’anima la diavolo, è questo; e probabilmente la contropartita di quell’anima è stato proprio il corpo di Brian, immolatosi in quella piscina affinchè potessimo godere nei secoli dei secoli di questa meraviglia sonora.

La canzone fu realizzata dai Rolling Stones il 13 maggio 1966 e il singolo uscì in due differenti versioni, quella inglese che ha come lato b il brano “Long Long While” e quella americana con “Stupid Girl“; è in oltre presente nell’album “Aftermath” pubblicato dalla Decca lo stesso anno.

Nelle immagini seguenti si possono vedere le due copertina del singolo nella versione inglese e per gli States con  il relativo logo della London (la corrispettiva decca per i prodotti riervati al pubblico americano).

Vengono riconosciuti come autori dei brani Mick Jagger e Keith Richards anche se tutta la band contribuì alla composizione del brano. La canzone nacque in sala incisione , quando Bill Wyman (storico bassista) improvvisò all’organo uno scherzoso motivetto, parodia delle musiche da matrimoni ebraici: quello sarebbe diventata la base della canzone, Charlie Watts si intromise con una prepotene batteria picchiata, Keith ne ideò il riff e Brian Jones aggiunse l’arpeggio di Sitar, ispirato da George Harrison nell’abum Rubber Soul;in un intervista Keith ha affermato: <<Eravamo alle Fiji per tre giorni. Là costruiscono sitar e cose del genere e così li abbiamo provati in studio. Il sitar era perfetto per ottenere il suono giusto per Paint It Black>>.

Mick Jagger si occupò del testo, che scrisse interamente di suo pugno; il tema centrale è la morte, che crea dolore, che ci fa chiudere in noi tessi e che ci fa odiare tutto e tutti: probabilmente è una dedica a Tara Browne, cara amica di Brian morta in un incidente d’auto. Non mancano riferimenti ad altri autori o poeti, come nel verso “I have to turn my head until my darkness goes” preso dal romanzo “Ulisse” di James Joyce o “I wanna see the sun blotted out from the sky” ispirato dalla poesia “Funeral Blues” di Wystan Auden.

TESTO & TRADUZIONE

I see a red door and I want it painted black
No colors anymore I want them to turn blackI see the girls walk by dressed in their summer clothes
I have to turn my head until my darkness goesI see a line of cars and they’re all painted blackWith flowers and my love, both never to come back
I see people turn their heads and quickly look away

Like a newborn baby it just happens ev’ryday
No more will my green sea go turn a deeper blue

I could not forsee this thing happening to you
If I look hard enough into the setting sun
My love will laugh with me before the morning comes

I look inside myself and see my heart is black
I see my red door and it has been painted black

Maybe then I’ll fade away and not have to face the facts
It’s not easy facing up when your whole world is black

I see a red door and I want it painted black
No colors anymore I want them to turn black

I see the girls walk by dressed in their summer clothes
I have to turn my head until my darkness goes

I wanna see it painted black, painted black
Black as night, black as coal
I wanna see the sun, blotted out from the sky
I wanna see it painted, painted, painted, painted black

Vedo una porta rossa e la voglio dipingere di nero
Basta colori, voglio che sia tutto neroVedo le ragazze passare con i loro vestiti estivi
Devo voltarmi finche l’oscurità se ne vaVedo una fila di macchine e sono tutte nere
I fiori ed il mio amore non torneranno piùVedo la gente che si volta e poi guarda subito da un’altra parte
Come un bambino appena nato,
è una cosa che succede ogni giorno

Guardo dento di me e vedo che il mio cuore è nero
Vedo la mia porta rossa che è stata dipinta di nero

Forse scomparirò e non dovrò affrontare la realtà
Non è facile affrontarla quando tutto il tuo mondo è nero

Mai più il mio mare verde diventerà di un blu intenso
Non sono riuscito a prevedere che questa cosa sarebbe successa a te

Se guardi bene nel sole che tramonta
Il mio amore riderà con me prima che arrivi il mattino

Vedo una porta rossa e la voglio dipingere di nero
Basta colori, voglio che sia tutto nero

Vedo le ragazze passare con i loro vestiti estivi
Devo voltarmi finche l’oscurità se ne va

Voglio vedere tutto dipinto di nero
Nero come la notte, nero come il carbone
Voglio vedere il sole spazzato via dal cielo
Voglio vedere tutto nero nero nero

Il singolo e l’album escono in uno dei momenti più creativi e spettacolari della storia del rock’n roll dei sixties. La tirannia delle classifiche e dei singoli incisi sui 7′ pollici andava scemando per lasciar spazio ai 33 giri dando importanza all’intero album e non alle poche hit che giravano in radio; e i rolling stone con Paint it Black e Aftermath riescono a dare la giusta risposta a Rubber Soul dei Beatles.

Inoltre la fama del gruppo andava via via affermandosi grazie anche alle numerose leggende a base di alcol, droga e sesso a cui i media davano adito, come la burrascosa relazione fra Jagger e la giovane, aristocratica Marianne Faithfull, passata da simbolo della delicatezza e della spensieratezza, all’emanazione del male e dell’inferno dopo essere stata trovata coinvolta in una retata durante un festino a base di droghe, insieme con Mick Jagger e Keith Richards (le leggende,sempre smentite, raccontano che i polizziotti trovarono Jagger impegnato in una bizzarra pratica sessuale con la Faithfull ed una barretta di cioccolato Mars.)

CLASSIFICHE:

Il singolo raggiunse la prima posizione sia nelle classifiche Stati Uniti d’America che Regno Unito nel 1966. Nel 2004, la canzone ha guadagnato la posizione numero 174 nella lista delle Lista delle 500 migliori canzoni secondo Rolling Stone della rivista Rolling Stone.

CURIOSITA’:

  • Dopo essere stata usata nei titoli di coda del film Full Metal Jacket, viene spesso associata alla guerra in Vietnam.
  • La virgola presente nel titolo dei primi dischi stampati è stata imposta dalla casa discografica, e secondo alcuni dava un tono razzista al titolo che diventava da “dipingilo di nero”, a “dipingilo, nero”.
  • Caterina Caselli reinterpretò il brano in italiano intitolando “Tutto Nero“.

“Green Onions” – Booker T. & the M.G.’s

“Se pubblicheremo questo pezzo, come lo chiameresti ?
‘Green Onions’ – Perchè ‘Green Onions’ ?
Perchè è la cosa più disgustosa che riesco ad immaginare”

La sera successiva alla registrazione di un nuovo pezzo strumentale, Jim Stewart , co-fondatore della Stax Records, impressionato dal sound del brano, chiese ai componenti del gruppo il titolo da attribuire nel caso in cui l’avessero pubblicato.
Booker T. rispose insoddisfatto con la cosa più sgradevole che poteva immaginare: “Green Onions“.

Fu un brano immediatamente distintivo e diverso rispetto a quelli dell’epoca, un 12-bar blues trascinato dall’inconfondibile sound dell’organo Hammond dell’allora diciassettenne Booker T. sostenuto dalla sezione ritmica composta da Lewie Steinberg al basso, successivamente rimpiazzato da Donald “Duck” Dunn nel 1965, e Al Jackson Jr. alla batteria, ed infine arricchito dalla Fender Telecaster del chitarrista Steve Cropper.

Green Onions” venne pubblicato inizialmente come singolo nel Settembre del 1962, insieme a “Behave Yourself” sul lato B, raggiungendo la 3^ posizione della Billboard Hot 100. Il mese successivo uscì sull’omonimo album di debutto come traccia d’apertura.

Il brano conquistò le classifiche del Regno Unito soltanto nel 1979, dopo essere stato incluso nella colonna sonora del film “Quadrophenia“.

 

 

“Coccinella” – Ghigo e gli Arrabbiati

“Gente sorprendente gli italiani… Hanno avuto talenti musicali pazzeschi, con nulla da invidiare alle grandi rock star anglo-americane… Eppure hanno il brutto vizio di ostacolare e boicottare chi è un po’ troppo fuori dal loro rigido schemi commerciale” (Steve Muvjele – 1959)

Ghigo e gli Arrabbiati

Questo articolo è un omaggio al grande Arrigo Riccardo Agosti, più semplicemente detto Ghigo Agosti, l’italiano con il Rock and Roll pulsante nelle vene, che con la voce indiavolata seppe insegnare agli italiani (e non) cosa volesse dire fremere al ritmo travolgente della musica del demonio…

Ghigo nasce a Milano il 10 Luglio del 1936 e dal momento in cui i suoi genitori gli regalano il suo primo strumento (una fisarmonica) non smette più di fare musica continuando tutt’oggi a suonare, comporre ed esibirsi con la stessa grinta dei giorni d’oro. Viene considerato da tutti il capostipite italiano e forse europeo del rock’n roll. Non stiamo parlando di misere fotocopie dei talenti americani, ma di un uomo che ha saputo sviluppare uno stile cantautorale tutto suo arricchendo il panorama musicale dell’epoca.

 

Come ogni rocker che si rispetti anche Ghigo parte ascoltando i vecchi dischi blues e swing (datigli dal cugino, ex direttore della Decca Italiana) e nel 1954 fonda il complesso “Ghigo e gli Arrabbiati” con il quale inizia a bazzicare i primi locali jazz/swing milanesi. “Gli Arrabbiati” non avranno mai una composizione stabile, spesso Ghigo si esibisce e improvvisa lunghe jam session dal vivo con musicisti conosciuti la sera stessa; tra i componenti più stabili comunque troviamo i chitarristi Giorgio Gaberscik e Riccardo Sanna che diventeranno famosi con gli pseudonimi di Giorgio Gaber e Ricky Gianco.
Nel 1956 passa allo studio del pianoforte e scrive numerose canzoni come “la Gufa“, “Bocciato agli Esami di Riparazione“, “Jenny Jenny Jenny” e l’intramontabile “Coccinella“; da questo momento prende forma il suo stile canoro inimitabile detto da “urlatore” più spinto ed energico della voce di Jerry Lee Lewis o Little Richards: artisti come Celentano, Tony Dallara, Mina e Brunetta ne verranno molto influenzati.

Un anno dopo riesce a portare il suo complesso al “Santa Tecla” (detto il Tempio di Milano), locale frequentato da quelli che diventeranno i grandi artisti della musica italiana come Adriano Celentano, Enzo Jannacci, e il complesso “i Giganti” (con questi ultimi si insatureerà un’ottima amicizia). Durante queste esibizioni Ghigo da il meglio di se, sfogando tutta l’energia da pazzo scatenato che lo contraddistingueva, strappandosi le camicie sul palco, scendendo fra il pubblico, dimenandosi come un contorsionista per scatenare la folla.

Il suo cavallo di battaglia è senza dubbio “Coccinella“, una canzone che ha avuto una storia molto particolare… E’ stata scritta nel 1956, viene registrata un anno dopo ma solo nel 1959 viene pubblicata. Si racconta che i tecnici presenti in sala registrazione, finito il lavoro furono talmente sorpresi dell’inicisione da uscirne scioccati.

Il produttore Gianbattista Ansoldi per paura della censura della RAI, dovuta ad uno stile così aggressivo del brano decide di pubblicarla due anni dopo, comprendendo che i tempi in Italia non erano ancora maturi.

Appena uscito il singolo “Coccinella/Stazione del Rock” fece il botto, vendendo un mucchio di copie per Juboxe. Il successo fu così enorme da concedere a Ghigo un’apparizione in TV nel mitico programma “il musichiere” verso la fine del ’59; in totale vennero vendute un milione di copie in tutta Italia. Il Brano sul lato B è considerato il primo rock’n roll europeo inciso.

Verso la fine del 1960 cominciano i problemi. La RAI scopre che “Coccinella” è dedicata al bizzarro personaggio parigino “Madame Coccinelle“, primo travestito della storia dello spettacolo a cambiare sesso dopo un’operazione chirurgica. Seguono pesanti censure con la conseguente eliminazione di tutti i suoi brani dalle trasmissioni radio e tv, compresi i nuovi singoli “Banana Frutto di Moda” e “Bella ragazzina di Verona“, considerati canzoni con testi troppo equivoci.

 

Ma Ghigo non si da certo per vinto… Anzi agguerrito come non mai fonda il “Partito Estremista dell’Urlo” in difesa di tutti quei cantautori rock italiani sottovalutati rispetto ad artisti più commerciabili e melodici. I suoi dischi continueranno ad essere i più gettonati al jubox e continuerà a partecipare a tutti i festival esistenti facendo sempre ottime figure (ovviamente non verrà mai accettato al festival di San Remo). Addirittura nel 1961 si esibirà con i Ribelli al “Festival del Rock’n Roll” di roma trionfando con una memorabile performance interrotta dai vigili urbani.

 

Continueremo a parlare di questo pazzesco personaggio nei prossimi articoli.

“Oh, Pretty Woman” – Roy Orbison

Mentre Roy e Bill Dees, co-autore di molte canzoni, stavano lavorando ad una nuova canzone, Claudette, la moglie di Roy, li interruppe per avvisare il marito che sarebbe uscita. Roy le chiese se aveva bisogno di soldi, al che Dees s’intromise esclamando: “Una donna carina non ha mai bisogno di soldi”.

Da questo fatto scaturì la più grande hit di Roy Orbison, “Oh, Pretty Woman“.
Il testo racconta di un uomo che vede una bella donna passargli accanto e si chiede se anche lei, per quanto carina, si sente sola come lui. Alla fine della canzone l’affascinante donna si volta e si unisce all’uomo.

Pubblicata nell’Agosto del 1964, “Oh, Pretty Woman” raggiunse il primo posto della Billboard Hot 100, mantenendolo per tre settimane consecutive. Anche nelle classifiche inglesi, il brano raggiunse il terzo posto.

Di seguito è possibile ascoltare la canzone suonata in uno dei migliori concerti di Roy Orbison, “A Black & White Night Live“, insieme ad altri grandi artisti come Bruce Springsteen, Tom Waits, James Burton e Elvis Costello.

“Be-Bop-A-Lu-La” – Gene Vincent

“Be bop a lu la, non significa un cazzo… Come dire ambarabà ci ci cò cò… Ma non riesco ad evitare di canticchiarlo nella mia mente… L’energia sprigionata da quel suono è impressionante: lo definirei il MANTRA del rock’n roll.” (Steve Muvjele)

Clicca per ingrandire

Tutto inizia nel luglio del 1955 a Norfolk (Virginia) dove da una tragedia sfiorata, nascerà una delle più grandi star del rock’n roll americano.
Eugene Vincent Craddock (vero nome di Gene Vincent) all’età di 20 anni, tornato in patria dalla guerra in Corea per un congedo temporaneo dalla marina militare, viene investito da un auto in sella alla sua motocicletta Triumph. Ricoverato in ospedale rischia l’amputazione della gamba e passa una lunga convalescenza consapevole di non poter più tornare in marina.

Gene Vincent

Gene Vincent, 1955

Proprio in questo momento inizierà la sua carriera musicale: scrive varie canzoni tra cui “Be-Bop-A-Lu-La” e “Race with the devil“. Dopo varie piccole apparizioni nei locali della zona, nel febbraio del 1956 Gene esegue i suoi brani in diretta alla stazione radiofonica WCMS di Norfolk. Il brano viene ascoltato dal produttore discografico Bill Lowery, che fa ottenere a Vincent un contratto con la Columbia Records, la quale da tempo cercava un degno avversario capace di soffiar via il titolo di The King a Elvis Presley della Sun Records. La Capitol invitò Gene Vincent per registrare Be-Bop-A-Lu-La presso gli studi di Owen Bradley a Nashville (Tennessee) il 4 maggio 1956.

studi di Owen Bradley

studi di Owen Bradley, dove venne registrata Be-Bop-A-Lula.

Il Brano venne pubblicato in giugno come lato b di “Woman Love” cover di una canzone country di Jimmy Johnson. L’espressione “Be-Bop-A-Lula” trova le sue radici nel jazz, dove molto spesso venivano utilizzate frasi simili come “Be-Baba-Leba” o “Hey! Ba-Ba-Re-Bop”, probabile storpiatura del “Arriba! Arriba!latinoamericano.

Be-Bop-A-Lula

Dopo la pubblicazione Gene forma i Gene Vincent & His Blue Caps arruolando alcuni musicisti della zona, per eseguire i brani dal vivo.

Gene Vincent & His Blue Caps

Cliff Gallup

Cliff Gallup

FORMAZIONE:

  • Cliff Gallup – chitarra solista
  • Willie Williams – chitarra ritmica
  • Dickie Harrell – Batteria
  • Jack Neal – acoustic bass

In particolare Cliff Gallup  è doveroso ricordarlo come uno dei più grandi chitarristi rockabilly di sempre, ma ahimè poco conosciuto al pubblico perchè ha sempre ricoperto il ruolo di turnista.

Il sound della canzone è uno dei più innovativi dell’epoca grazie all’uso (mai fatto prima) del delay alla voce di Gene e dal suono della chitarra Gretsch di Ciff creato da un amplificatore Fender Tweed con l’aggiunta del riverbero che divenne il suono rockabilly per eccellenza (tanto da influenzare nientepopodimeno che Jeff Beck).

Gene Vincent & His Blue CapsCLASSIFICHE:

  • – Nell’aprile 1957 la Capitol annunciò di aver venduto oltre due milioni di copie del singolo. Be Bop a Lula raggiunse la settima posizione della Billboard Hot 100, ottenendo ottimi riscontri anche nelle altre classifiche.
  • E’ classificato alla posizione #103 della lista stilata da Rolling Stone delle “500 migliori canzoni di tutti i tempi”.

Nel tempo Gene riarrangiò e reinterpretò il brano in diverse versioni cercando di tenerlo sempre al passo coi tempi. Qui di seguito sono proposte tre tra le sue più belle versioni, quella del 1956, del 1964 e del 1969.

TESTO & TRADUZIONE

Well Be Bop A Lula she’s my baby
Be Bop A Lula I don’t mean maybe
Be Bop A Lula she’s my baby
Be Bop A Lula I don’t mean maybe
Be Bop A Lula she’s my baby doll,
my baby doll, my baby doll.Well, she’s the gal in the red blue jeans
She’s the queen of all the teens
She’s the woman that I know
She’s the woman that loves me so.
Be Bop A Lula she’s my baby
Be Bop A Lula I don’t mean maybe
Be Bop A Lula she’s my baby doll,
my baby doll, my baby doll.She’s the woman that’s got that beat
She’s the woman with the flyin’ feet
She’s the woman walks around the store
She’s the woman that more, more, more,
Be Bop A Lula she’s my baby
Be Bop A Lula I don’t mean maybe
Be Bop A Lula she’s my baby doll,
my baby doll, my baby doll. (Let’s rock again)
Be Be Bop A Lula lei è la mia baby
Be Bop A Lula non voglio dire forse
Be Bop A Lula lei è la mia baby
Be Bop A Lula non voglio dire forse
Be Bop A Lula che è la mia bambola,
la mia bambola, la mia bambola.Beh, lei è la ragazza in jeans rosso blu
Lei è la regina di tutti i ragazzi
È la donna che conosco
È la donna che mi ama così.
Be Bop A Lula lei è la mia baby
Be Bop A Lula non voglio dire forse
Be Bop A Lula che è la mia baby,
la mia bambola, la mia bambola.È la donna che ha quel battere
Lei è la donna con i piedi ballerini
Lei è la donna che passa intorno al negozio
È la donna che più, più, più,
Be Bop A Lula lei è la mia baby
Be Bop A Lula non voglio dire forse
Be Bop A Lula che è la mia bambola,
la mia bambola, la mia bambola.

Little LuluIl testo, a quanto afferma l’autore è ispirato ad un personaggio dei fumetti di nome Little Lulu.