Paint It, Black – Rolling Stones

“Ogni volta che mi facevo di acido e ascoltavo questa canzone alla fine riuscivo a comprendere la reale natura del mondo: un continuo ciclo di nascita e morte… e la morte era tutta pitturata di nero, e io le sparavo in faccia il disco degli Stones.”

Ragazzi, qui non si scherza più un cazzo. Questo è un blog sul rock’n roll e per comprendere questo brano non basta parlare di musica… Dovete elimina ogni sbarramento mentale, e sapere che Paint it Black equivale ad un incontro ravvicinato del terzo tipo con la divinià del Rock in persona. Il suo ritmo assennato sarebbe in grado di resuscitare i morti di un cimitero per rispedirli immediatamente nelle loro tombe a calci nel culo, e proprio di morte si parla e del nero che attanaglia.

Se v’è mai stato un momento nel quale i Rolling Stones abbiano venduto l’anima la diavolo, è questo; e probabilmente la contropartita di quell’anima è stato proprio il corpo di Brian, immolatosi in quella piscina affinchè potessimo godere nei secoli dei secoli di questa meraviglia sonora.

La canzone fu realizzata dai Rolling Stones il 13 maggio 1966 e il singolo uscì in due differenti versioni, quella inglese che ha come lato b il brano “Long Long While” e quella americana con “Stupid Girl“; è in oltre presente nell’album “Aftermath” pubblicato dalla Decca lo stesso anno.

Nelle immagini seguenti si possono vedere le due copertina del singolo nella versione inglese e per gli States con  il relativo logo della London (la corrispettiva decca per i prodotti riervati al pubblico americano).

Vengono riconosciuti come autori dei brani Mick Jagger e Keith Richards anche se tutta la band contribuì alla composizione del brano. La canzone nacque in sala incisione , quando Bill Wyman (storico bassista) improvvisò all’organo uno scherzoso motivetto, parodia delle musiche da matrimoni ebraici: quello sarebbe diventata la base della canzone, Charlie Watts si intromise con una prepotene batteria picchiata, Keith ne ideò il riff e Brian Jones aggiunse l’arpeggio di Sitar, ispirato da George Harrison nell’abum Rubber Soul;in un intervista Keith ha affermato: <<Eravamo alle Fiji per tre giorni. Là costruiscono sitar e cose del genere e così li abbiamo provati in studio. Il sitar era perfetto per ottenere il suono giusto per Paint It Black>>.

Mick Jagger si occupò del testo, che scrisse interamente di suo pugno; il tema centrale è la morte, che crea dolore, che ci fa chiudere in noi tessi e che ci fa odiare tutto e tutti: probabilmente è una dedica a Tara Browne, cara amica di Brian morta in un incidente d’auto. Non mancano riferimenti ad altri autori o poeti, come nel verso “I have to turn my head until my darkness goes” preso dal romanzo “Ulisse” di James Joyce o “I wanna see the sun blotted out from the sky” ispirato dalla poesia “Funeral Blues” di Wystan Auden.

TESTO & TRADUZIONE

I see a red door and I want it painted black
No colors anymore I want them to turn blackI see the girls walk by dressed in their summer clothes
I have to turn my head until my darkness goesI see a line of cars and they’re all painted blackWith flowers and my love, both never to come back
I see people turn their heads and quickly look away

Like a newborn baby it just happens ev’ryday
No more will my green sea go turn a deeper blue

I could not forsee this thing happening to you
If I look hard enough into the setting sun
My love will laugh with me before the morning comes

I look inside myself and see my heart is black
I see my red door and it has been painted black

Maybe then I’ll fade away and not have to face the facts
It’s not easy facing up when your whole world is black

I see a red door and I want it painted black
No colors anymore I want them to turn black

I see the girls walk by dressed in their summer clothes
I have to turn my head until my darkness goes

I wanna see it painted black, painted black
Black as night, black as coal
I wanna see the sun, blotted out from the sky
I wanna see it painted, painted, painted, painted black

Vedo una porta rossa e la voglio dipingere di nero
Basta colori, voglio che sia tutto neroVedo le ragazze passare con i loro vestiti estivi
Devo voltarmi finche l’oscurità se ne vaVedo una fila di macchine e sono tutte nere
I fiori ed il mio amore non torneranno piùVedo la gente che si volta e poi guarda subito da un’altra parte
Come un bambino appena nato,
è una cosa che succede ogni giorno

Guardo dento di me e vedo che il mio cuore è nero
Vedo la mia porta rossa che è stata dipinta di nero

Forse scomparirò e non dovrò affrontare la realtà
Non è facile affrontarla quando tutto il tuo mondo è nero

Mai più il mio mare verde diventerà di un blu intenso
Non sono riuscito a prevedere che questa cosa sarebbe successa a te

Se guardi bene nel sole che tramonta
Il mio amore riderà con me prima che arrivi il mattino

Vedo una porta rossa e la voglio dipingere di nero
Basta colori, voglio che sia tutto nero

Vedo le ragazze passare con i loro vestiti estivi
Devo voltarmi finche l’oscurità se ne va

Voglio vedere tutto dipinto di nero
Nero come la notte, nero come il carbone
Voglio vedere il sole spazzato via dal cielo
Voglio vedere tutto nero nero nero

Il singolo e l’album escono in uno dei momenti più creativi e spettacolari della storia del rock’n roll dei sixties. La tirannia delle classifiche e dei singoli incisi sui 7′ pollici andava scemando per lasciar spazio ai 33 giri dando importanza all’intero album e non alle poche hit che giravano in radio; e i rolling stone con Paint it Black e Aftermath riescono a dare la giusta risposta a Rubber Soul dei Beatles.

Inoltre la fama del gruppo andava via via affermandosi grazie anche alle numerose leggende a base di alcol, droga e sesso a cui i media davano adito, come la burrascosa relazione fra Jagger e la giovane, aristocratica Marianne Faithfull, passata da simbolo della delicatezza e della spensieratezza, all’emanazione del male e dell’inferno dopo essere stata trovata coinvolta in una retata durante un festino a base di droghe, insieme con Mick Jagger e Keith Richards (le leggende,sempre smentite, raccontano che i polizziotti trovarono Jagger impegnato in una bizzarra pratica sessuale con la Faithfull ed una barretta di cioccolato Mars.)

CLASSIFICHE:

Il singolo raggiunse la prima posizione sia nelle classifiche Stati Uniti d’America che Regno Unito nel 1966. Nel 2004, la canzone ha guadagnato la posizione numero 174 nella lista delle Lista delle 500 migliori canzoni secondo Rolling Stone della rivista Rolling Stone.

CURIOSITA’:

  • Dopo essere stata usata nei titoli di coda del film Full Metal Jacket, viene spesso associata alla guerra in Vietnam.
  • La virgola presente nel titolo dei primi dischi stampati è stata imposta dalla casa discografica, e secondo alcuni dava un tono razzista al titolo che diventava da “dipingilo di nero”, a “dipingilo, nero”.
  • Caterina Caselli reinterpretò il brano in italiano intitolando “Tutto Nero“.

“Coccinella” – Ghigo e gli Arrabbiati

“Gente sorprendente gli italiani… Hanno avuto talenti musicali pazzeschi, con nulla da invidiare alle grandi rock star anglo-americane… Eppure hanno il brutto vizio di ostacolare e boicottare chi è un po’ troppo fuori dal loro rigido schemi commerciale” (Steve Muvjele – 1959)

Ghigo e gli Arrabbiati

Questo articolo è un omaggio al grande Arrigo Riccardo Agosti, più semplicemente detto Ghigo Agosti, l’italiano con il Rock and Roll pulsante nelle vene, che con la voce indiavolata seppe insegnare agli italiani (e non) cosa volesse dire fremere al ritmo travolgente della musica del demonio…

Ghigo nasce a Milano il 10 Luglio del 1936 e dal momento in cui i suoi genitori gli regalano il suo primo strumento (una fisarmonica) non smette più di fare musica continuando tutt’oggi a suonare, comporre ed esibirsi con la stessa grinta dei giorni d’oro. Viene considerato da tutti il capostipite italiano e forse europeo del rock’n roll. Non stiamo parlando di misere fotocopie dei talenti americani, ma di un uomo che ha saputo sviluppare uno stile cantautorale tutto suo arricchendo il panorama musicale dell’epoca.

 

Come ogni rocker che si rispetti anche Ghigo parte ascoltando i vecchi dischi blues e swing (datigli dal cugino, ex direttore della Decca Italiana) e nel 1954 fonda il complesso “Ghigo e gli Arrabbiati” con il quale inizia a bazzicare i primi locali jazz/swing milanesi. “Gli Arrabbiati” non avranno mai una composizione stabile, spesso Ghigo si esibisce e improvvisa lunghe jam session dal vivo con musicisti conosciuti la sera stessa; tra i componenti più stabili comunque troviamo i chitarristi Giorgio Gaberscik e Riccardo Sanna che diventeranno famosi con gli pseudonimi di Giorgio Gaber e Ricky Gianco.
Nel 1956 passa allo studio del pianoforte e scrive numerose canzoni come “la Gufa“, “Bocciato agli Esami di Riparazione“, “Jenny Jenny Jenny” e l’intramontabile “Coccinella“; da questo momento prende forma il suo stile canoro inimitabile detto da “urlatore” più spinto ed energico della voce di Jerry Lee Lewis o Little Richards: artisti come Celentano, Tony Dallara, Mina e Brunetta ne verranno molto influenzati.

Un anno dopo riesce a portare il suo complesso al “Santa Tecla” (detto il Tempio di Milano), locale frequentato da quelli che diventeranno i grandi artisti della musica italiana come Adriano Celentano, Enzo Jannacci, e il complesso “i Giganti” (con questi ultimi si insatureerà un’ottima amicizia). Durante queste esibizioni Ghigo da il meglio di se, sfogando tutta l’energia da pazzo scatenato che lo contraddistingueva, strappandosi le camicie sul palco, scendendo fra il pubblico, dimenandosi come un contorsionista per scatenare la folla.

Il suo cavallo di battaglia è senza dubbio “Coccinella“, una canzone che ha avuto una storia molto particolare… E’ stata scritta nel 1956, viene registrata un anno dopo ma solo nel 1959 viene pubblicata. Si racconta che i tecnici presenti in sala registrazione, finito il lavoro furono talmente sorpresi dell’inicisione da uscirne scioccati.

Il produttore Gianbattista Ansoldi per paura della censura della RAI, dovuta ad uno stile così aggressivo del brano decide di pubblicarla due anni dopo, comprendendo che i tempi in Italia non erano ancora maturi.

Appena uscito il singolo “Coccinella/Stazione del Rock” fece il botto, vendendo un mucchio di copie per Juboxe. Il successo fu così enorme da concedere a Ghigo un’apparizione in TV nel mitico programma “il musichiere” verso la fine del ’59; in totale vennero vendute un milione di copie in tutta Italia. Il Brano sul lato B è considerato il primo rock’n roll europeo inciso.

Verso la fine del 1960 cominciano i problemi. La RAI scopre che “Coccinella” è dedicata al bizzarro personaggio parigino “Madame Coccinelle“, primo travestito della storia dello spettacolo a cambiare sesso dopo un’operazione chirurgica. Seguono pesanti censure con la conseguente eliminazione di tutti i suoi brani dalle trasmissioni radio e tv, compresi i nuovi singoli “Banana Frutto di Moda” e “Bella ragazzina di Verona“, considerati canzoni con testi troppo equivoci.

 

Ma Ghigo non si da certo per vinto… Anzi agguerrito come non mai fonda il “Partito Estremista dell’Urlo” in difesa di tutti quei cantautori rock italiani sottovalutati rispetto ad artisti più commerciabili e melodici. I suoi dischi continueranno ad essere i più gettonati al jubox e continuerà a partecipare a tutti i festival esistenti facendo sempre ottime figure (ovviamente non verrà mai accettato al festival di San Remo). Addirittura nel 1961 si esibirà con i Ribelli al “Festival del Rock’n Roll” di roma trionfando con una memorabile performance interrotta dai vigili urbani.

 

Continueremo a parlare di questo pazzesco personaggio nei prossimi articoli.

Great Balls of Fire! – Vampate di fuoco (Film)

“Se devo andare all’inferno, ci andrò suonando il mio pianoforte.”

Great Balls of Fire!

Una delle pochissime pellicole, ad oggi prodotta, incentrata sulla vita di Jerry Lee Lewis, detto il The Killer. Il film è diretto dal regista Jim McBride ed è stato prodotto nel 1989 dalla Orion Pictures; i personaggi principali sono Jerry Lewis (Dennis Quaid) e Myra Gale Brow (Winona Ryder). Le scene sono state girate nell’Arkansas e nel Tennessee, a Memphis.

Partendo dall’infanzia vissuta fra i bassifondi della Louisiana, immerso nella black music degli anni ’40, il film racconta la rapidissima ascesa e l’altrettanto rapida caduta di uno dei più grandi miti del rock’n roll: un cavallo imbizzarrito, un pianista furioso, il primo a riuscire a cantare, ballare, far casino e suonare quello strumento contemporaneamente.

Jerry Lee Lewis

Il vero Jerry Lee Lewis in una sua performance live.

Jerry pubblica il suo primo disco “Whole Lotta Shakin’ Goin’ On” nel 1957 e da quel momento gli si spiana la strada che lo porterà verso il successo mondiale; con il secondo singolo “Great Balls of Fire” scala le classifiche aggiudicandosi il primo posto in Inghilterra e il secondo in America, e per poco non riesce a soffiare via il titolo di The King a Elvis Presley.

Gli anni dal ’57 al ’59 sono l’apice della sua carriera, rovinata dallo scandalo generatosi dal suo terzo matrimonio segreto con una cugina tredicenne, scoperto dalla stampa inglese.

Jerry e Myra

Jerry e la sua cugina di terzo grado Myra Gale Brow (scena tratta dal film)

Jerry Lewis (Dennis Quaid)

Dennis Quaid

La notizia fu un così grande scandalo in Inghilterra tanto da comportare la drastica uscita dalla scena musicale.

Il film è colmo di aneddoti e scene imbarazzanti ella vita del compositore; ottime le realistiche interpretazioni di Dennis Quaid durante i concerti, che riesce ad imitare quasi perfettamente le pazze esibizioni dell’indiavolato musicista.

Ecco il trailer del film:

DOWNLOAD! Per poter scaricare il torrent dell’intero film in italiano andate: QUI

“Love Me Do” – The Beatles

Te Beatles

“Mi piacerebbe pensare che tutti i vecchi fans dei Beatles sono cresciuti e si sono sposati e hanno avuto bambini e sono tutti più responsabili, ma hanno ancora uno spazio nei loro cuori per noi.” (G.Harrison)

Bhè, caro George… Oggi i bambini sono cresciuti e loro stessi figli sono fan dei Beatles; sanno ancora  emozionarsi con le vostre canzoni, non senza un po’ di nostalgia nel cuore per i bei tempi andati, che mai hanno vissuto…

Paul McCartney

Paul McCartney - 1957

John Lennon

John Lennon - 1957

 

   

 

 

 

 

 

Era il 6 luglio 1957 il giorno in cui il destino decise di mettere in contatto fra loro i due ragazzi prodigio chiamati “John Winston Lennon” e “Paul James McCartney“. Lennon era il leader dei Quarryman, dal nome della scuola da lui (poco) frequentata, la Quarry Bank High School, istituto diretto da un preside che – incredibile ma vero – si chiamava George Harrison. Le vite di John e Paul si incrociarono nella parrocchia di Saint Peter: John (classe 1940) e Paul (due anni più giovane) avevano rispettivamente diciassette e quindici anni.

Love Me Do

Love Me Do - 5 Ottobre 1962

Love Me Do, composta da Paul McCartney, viene ricordata soprattutto per essere il primo singolo dei Beatles, pubblicato nel Regno Unito il 5 ottobre del 1962 dalla Parlophone.

Come molti dei singoli dei Fab Four la canzone viene controfirmata anche da John Lennon, ideatore del celebre intro di armonica; la stessa armonica che, legenda vuole, rubò nel 1960 durante la permanenza ad Amburgo. La batteria, invece, non è ancora nelle mani di Ringo Starr: il produttore George Martin non si fidava ancora del tutto del nuovo batterista preso come sostituto di Pete Best e così ingaggiò, solo per la sessione di registrazione, il session-man Andy White.

The Beatles

I Beatles in una vecchia fotografia del 1962 con ancora il primo batterista Pete Best.

Sul lato B è presente il brano P.S. I Love You. Il singolo raggiunse la 17ª posizione nelle classifiche inglesi, mentre negli USA, nell’aprile del 1964, si piazzò in testa alle classifiche.

L’enorme successo che ebbe il disco, accompagnato dalla “Beatlemania“, generò non poche invidie nei confronti del gruppo, e non a caso iniziarono a circolare storie denigranti nei confronti del loro successo; come quella che narra di Brian Epstein, il loro manager, che per far salire Love Me Do in testa alle classifiche, comprò solo lui 10.000 copie del disco, cosa che in realtà non è mai successa.

“Love me do tradisce l’amore dei Beatles per la musica nera, pur nella semplicità della canzone e nella facilità e orecchiabilità del ritornello, l’armonica è abbastanza esplicita in questo senso.” (Steve Muvjele)

«Un giorno anche la guerra si inchinerà al suono di una chitarra»

James Douglas Morrison

Che la chitarra abbia ricoperto un ruolo fondamentale in tutta la storia del Rock, che abbia cambiato la vita di milioni di persone, che sia stata la scintilla d’adrenalina in grado di sprigionare l’energia atomica della maggior parte dei concerti della storia è innegabile…E forse, in un futuro ancora lontano, come scriveva il nostro Jim, essa sarà in grado di arrestare ogni conflitto che dilania l’umanità: basterebbe trovare solo il riff giusto.

Guitar on fire

Venne il giorno in cui si ebbe l’esigenza di dare il giusto volume e potere ad uno strumento considerato per troppo tempo secondario e di sottofondo: la chitarra; e il mondo, da allora, non sarebbe stato più lo stesso. Elettrificandola e amplificandola in modo da essere ben udita nel frastuono delle vecchie jazz/blues band, essa avrebbe pian piano primeggiato fra molti altri strumenti e, con la creazione di svariatissimi modelli e di infinite tecniche chitarristiche, e sarebbe diventata uno strumento virtuoso, primeggiante e fondamentale, al pari del violino per Paganini e del Pianoforte per Chopin.

Pur essendo uno strumento così nobile e ammirabile, la prima chitarra elettrica, risalente al 1931, aveva una forma a “padella” proprio come questa:

Frying Pan Guitar

Frying Pan Guitar - 1931

Non a caso fu chiamata Frying Pan Guitar (letteralmente “chitarra a padella”) dal suo creatore Adolph Rickenbacker che realizzò il primo pickup elettromagnetico della storia: dispositivo in grado di trasformare le vibrazioni delle corde in un segnale elettrico amplificabile e trasmissibile tramite altoparlanti. Questo è stato il primo rudimentale tentativo di creare una chitarra in grado di aumentare il proprio volume indipendentemente dalla grandezza della cassa di risonanza, non senza ovvie problematiche di definizione e gestibilità del suono. Qui troverete una performance live in grado di riproporre il sound pressoché originario della prima mitica chitarra elettrica.

Ma la Gibson non tardò a cimentarsi nella creazione di chitarre elettriche, interrompendo così il monopolio dell’allora Ro-Pat-In Company Guitars, oggi Rickenbacker. Nel 1935 produsse la ES 150 (150 dollari era il prezzo di mercato): un modello con cassa di risonanza e aperture a “f” sulla tavola e un unico pickup. Finalmente la chitarra, grazie all’amplificazione, poteva inserirsi meglio nelle formazioni del tempo, senza essere sovrastata dal volume degli altri strumenti.

Gibson ES-150

Gibson ES-150

Nel 1941 Les Paul, nome in arte di Lester William Polfuss, creò per la Epiphone (che all’epoca era ancora una marca di chitarre indipendente dalla Gibson) un prototipo di chitarra chiamato The Log, con l’obbiettivo di limitare tutti quei fastidiosi echi, armonici e fischi dovuti al fenomeno di feedback causato dall’entrata in risonanza della cassa armonica con il suono emesso dall’amplificatore. Lo strumento era sostanzialmente una chitarra acustica attorno a un blocco di legno massiccio: la prima chitarra semi-solid, ovvero il corpo della chitarra non era un pezzo unico, ma vari pezzi assemblati.

Epiphone The Log

Epiphone The Log

Nel 1946 Paul Bigsby, estroso costruttore di motociclette passato a inventare chitarre, e Merle Travis, suo amico, costruirono una chitarra innovativa dal disegno molto originale. Il corpo, grazie ad un’asimmetria del disegno attorno al manico, permette di raggiungere agevolmente il ventesimo tasto, mentre la paletta monta chiavette per l’accordatura disposte solo sul lato superiore. Si risolvono quasi completamente i problemi di risonanze indesiderate.

Bigbsy BY48T-600

Bigbsy BY48T-600

Inoltre, Bigsby introdurrà una ulteriore innovazione inventando un sistema che consente di agire sulla intonazione delle corde mediante una leva la cui corsa è contrastata da una molla. Nasce così il ponte tremolo.

BIGSBY B700

BIGSBY B700 Tremolo

Nel 1948 Leo Fender, tecnico progettista di amplificatori, diede una svolta definitiva e creò la Broadcaster, chitarra con due pickup single coil e con il corpo pieno in legno massiccio che annulla completamente le risonanze indesiderate. Ispirata alle forme della Bigsby ma con lineamenti più sobri e moderni, essa ebbe il vantaggio di avere fasi di costruzione e assemblaggio molto semplificate e automatizzabili che permisero la produzione di copie in serie e il conseguente abbattimento dei costi.  Il successo fu  enorme, tanto che la Broadcaster, divenuta poi Telecaster, viene prodotta tutt’oggi dalla Fender.

Fender Broadcaster

Fender Broadcaster

Nel 1952 fu la Gibson a rilanciare portando alla luce una delle chitarre più leggendarie della storia del rock: la Gibson modello Les Paul. Stilisticamente degna della “rivale” Fender, però con forme più fluide e meno spigolose. Caratteristica saliente è l’uso di due pickup humbucker, più potenti dei single coil e dalla timbrica più “nasale”.             Le regolazioni di tono e volume sono affidate ad una coppia di potenziometri e ad un selettore per miscelare il suono dei due pick-up. Il ponte non ha la leva del vibrato, la regolazione dell’action delle corde avviene con due ghiere poste ai lati che sollevano o abbassano tutte e sei le corde contemporaneamente. L’intonazione invece può essere regolata singolarmente corda per corda.

Gibson LesPaul

Gibson LesPaul

Ma la rivincita della Fender non si fa attendere: un anno dopo, nel 1953, Leo Fender crea la chitarra che diverrà nel tempo una pietra miliare della musica rock/blues: la Stratocaster. Solid body come la precedente, ha però un design capace di restare moderno nel corso dei decenni: il corpo, di minor spessore rispetto alla Telecaster, è smussato nella parte posteriore per conferire un migliore confort. I pickup, single coil, sono tre e sono montati su un originalissimo battipenna sul quale sono alloggiati, oltre al selettore per scegliere il pickup desiderato, anche tre potenziometri: uno per regolare il volume e due di regolazione tono. Altro fattore di grande importanza è la leva del tremolo, totalmente rivoluzionaria per quel tempo. A differenza delle altre dell’epoca poste tra l’attaccatura delle corde e il ponte, questa è un tutt’uno con il ponte stesso, evitando fastidiose scordature. Anche il ponte è innovativo, ogni corda appoggia su una sua “selletta” che dispone sia della regolazione in altezza sia in lunghezza, permettendo un’intonazione perfetta e una distanza delle corde dalla tastiera, personalizzabile.

Fender Stratocaster Sunburst 1954

Fender Stratocaster Sunburst 1954

E da qui la storia continua in decine e decine di sfumature, ognuna da analizzare, in tutti quegli anni in cui il Rock ha fatto da padrone indisturbato in tutte le culture e anti-culture di generazioni e generazioni di ragazzi…

A presto, con la prossima chitarra!

Zia Mimi al suo caro nipotino…

“La chitarra va bene, John, ma non ti darà certo di che vivere”

John Lennon

Un giovane John Lennon in una foto degli anni '50.

Storica è la frase di zia Mimi che, vedendo il nipote sempre alle prese con la sua chitarra dopo aver fondato i Quarrymen nel 1956, gli disse: «The guitar’s all very well, John, but you’ll never make a living out of it». Qualche anno dopo, raggiunta la popolarità, Lennon avrebbe fatto incidere questa frase su una targa d’argento, mandandola alla zia.

“Tobacco Road” – The Nashville Teens

Nashville Teens

London 1966

Loro sono i NASHVILLE TEENS provenienti dal sud dell’Inghilterra e dal 1962 fino ad oggi ci fanno sobbalzare a ritmo di blues, pop e rock. La band fu fondata dai due cantanti Art Sharp e Ray Phillips alla quale si aggiunsero il batterista Dave Maine, il bassista Pete Shannon Harris, il chitarrista Mick Dunford e il pianista fuori classe John Hawken.

Si fecero strada come gruppo spalla di artisti del calibro di Jerry Lee Lewis e Bo Diddley fino alla firma del contratto con la Decca (la celebre etichetta discografica) nel 1964 grazie al manager Mickie Most. Da questo momento i ragazzi produrranno numerosi singoli, un EP, e due album.

Tobacco Road

“I was born in a dump
My mother died
My daddy got drunk
They Left me here
To die or grow
In the middle of
Tobacco Road…”

Performance tratta dal film Pop Gear del 1965

La canzone TOBACCO ROAD è per l’appunto la facciata A del loro primo 45 giri uscito nel 1964, fu scritta da John D. Loudermilk nel 1960, ma la sua versione non fece successo, mentre quella dei NT raggiunse il 6° e il 14 ° posto nelle rispettive classifiche inglesi e americane; il testo è un canto popolare americano riguardante la città di Durham, North Carolina famosa per le numerose aziende produttrici di tabacco.

Curiosità: Nella versione registrata in studio, la chitarra fu registrata (come in molte e molte e molte altre canzoni dell’epoca) nientepopodimeno che da Jimmy Page.