“Green Onions” – Booker T. & the M.G.’s

“Se pubblicheremo questo pezzo, come lo chiameresti ?
‘Green Onions’ – Perchè ‘Green Onions’ ?
Perchè è la cosa più disgustosa che riesco ad immaginare”

La sera successiva alla registrazione di un nuovo pezzo strumentale, Jim Stewart , co-fondatore della Stax Records, impressionato dal sound del brano, chiese ai componenti del gruppo il titolo da attribuire nel caso in cui l’avessero pubblicato.
Booker T. rispose insoddisfatto con la cosa più sgradevole che poteva immaginare: “Green Onions“.

Fu un brano immediatamente distintivo e diverso rispetto a quelli dell’epoca, un 12-bar blues trascinato dall’inconfondibile sound dell’organo Hammond dell’allora diciassettenne Booker T. sostenuto dalla sezione ritmica composta da Lewie Steinberg al basso, successivamente rimpiazzato da Donald “Duck” Dunn nel 1965, e Al Jackson Jr. alla batteria, ed infine arricchito dalla Fender Telecaster del chitarrista Steve Cropper.

Green Onions” venne pubblicato inizialmente come singolo nel Settembre del 1962, insieme a “Behave Yourself” sul lato B, raggiungendo la 3^ posizione della Billboard Hot 100. Il mese successivo uscì sull’omonimo album di debutto come traccia d’apertura.

Il brano conquistò le classifiche del Regno Unito soltanto nel 1979, dopo essere stato incluso nella colonna sonora del film “Quadrophenia“.

 

 

“Oh, Pretty Woman” – Roy Orbison

Mentre Roy e Bill Dees, co-autore di molte canzoni, stavano lavorando ad una nuova canzone, Claudette, la moglie di Roy, li interruppe per avvisare il marito che sarebbe uscita. Roy le chiese se aveva bisogno di soldi, al che Dees s’intromise esclamando: “Una donna carina non ha mai bisogno di soldi”.

Da questo fatto scaturì la più grande hit di Roy Orbison, “Oh, Pretty Woman“.
Il testo racconta di un uomo che vede una bella donna passargli accanto e si chiede se anche lei, per quanto carina, si sente sola come lui. Alla fine della canzone l’affascinante donna si volta e si unisce all’uomo.

Pubblicata nell’Agosto del 1964, “Oh, Pretty Woman” raggiunse il primo posto della Billboard Hot 100, mantenendolo per tre settimane consecutive. Anche nelle classifiche inglesi, il brano raggiunse il terzo posto.

Di seguito è possibile ascoltare la canzone suonata in uno dei migliori concerti di Roy Orbison, “A Black & White Night Live“, insieme ad altri grandi artisti come Bruce Springsteen, Tom Waits, James Burton e Elvis Costello.

“The House of the Rising Sun” – The Animals

“C’è una casa a New Orleans
la chiamano il sole nascente”

La “Casa del sole nascente”, secondo la leggenda, era una casa di tolleranza di New Orleans, Louisiana, presieduta da una maitresse di origini francesi chiamata Marianne Le Soleil Levant, situata nel quartiere a luci rosse della città, “Storyville“, dal nome del consigliere municipale Alderman Story.
Data la vastità di questo distretto era considerato come una specie di città nella città, e le case chiuse che lo costituivano furono anche la culla di un nuovo stile musicale che avrebbe avuto una lunga storia negli anni a seguire: il jazz.

Da questa storia nacque “The House of the Rising Sun”, una delle più famose canzoni folk statunitensi, di cui non si è a conoscenza chi sia stato il compositore e, nel corso del tempo, ne sono state riadattate numerose versioni.

L’arrangiamento fatto dagli inglesi The Animals, nel 1964, è generalmente considerato il più famoso. Gli Animals incominciarono a lavorare sull’arrangiamento della canzone durante un tour insieme a Chuck Berry, usandolo come chiusura dei loro concerti.

La loro versione di “The House of the Rising Sun” venne registrata il 18 Maggio 1964 ed in seguito pubblicata su singolo, insieme a “Talkin’ ‘bout You” (di Ray Charles), il 19 Giugno.

La canzone inizia con il famoso arpeggio in LA minore del chitarrista Hilton Valentine, seguito dalla profonda e cupa voce di Eric Burdon ed infine completata dal pulsante suono dell’organo (un Vox Continental) di Alan Price. In seguito Burdon dichiarò: “Stavamo cercando una canzone che attirasse l’attenzione della gente”.

La canzone  conquistò  il numero uno in classifica sia negli Stati Uniti, sia nel Regno Unito, divenendo uno dei maggiori classici della “British Invasion

“Wouldn’t It Be Nice” – The Beach Boys

‎”Non sarebbe bello se fossimo più vecchi?
non dovremmo aspettare così a lungo
e non sarebbe bello vivere insieme?
nel tipo di mondo a cui apparteniamo”

Prodotta e composta da Brian Wilson, con il testo di Tony Asher, “Wouldn’t It Be Nice” è la traccia d’apertura del più grande album dei Beach Boys, Pet Sounds, pubblicato il 16 Maggio 1966.


Successivamente, il 18 Luglio venne pubblicato anche su singolo, insieme a “God Only Knows” sul lato B. Rimase per ben 11 settimane nelle classifiche statunitensi, raggiungendo l’8° posto nel Settembre del 1966. In Australia e nel Regno Unito raggiunse la seconda posizione.

In un’intervista del 1996, Brian Wilson, dichiara: “Esprime la frustrazione dei giovani, quello che non puoi avere, che desideri veramente ma che devi aspettare per averlo”.
“Wouldn’t It Be Nice” è una canzone senza tempo, dove il significato del testo continua a coinvolgere i giovani di ogni generazione e la melodia a distanza di mezzo secolo rimane tutt’ora insuperabile.

“Blue Suede Shoes” – Elvis Presley

Si dice che sia stato Johnny Cash a suggerire a Carl Perkins la frase “scarpe di camoscio blu” come base di partenza per una canzone.

L’ispirazione vera però arrivò a Carl solo quando il 4 dicembre 1955, mentre era in concerto, notò una coppia che ballava vicino al palco. Mentre si esibiva, nella pausa tra una canzone e l’altra Carl udì qualcuno che urlava «Non calpestarmi le mie scarpe scamosciate!».
Carl guardò in basso e vide che il ragazzo portava delle scarpe di pelle di camoscio di colore blu, e una di esse era stata calpestata inavvertitamente dalla ragazza.
Perkins pensò: «Buon Dio!, ha accanto a sé una ragazza così carina e tutto quello che riesce a fare è pensare alle sue scarpe di camoscio blu!».

“Blue Suede Shoes” uscì l’1 Gennaio 1956, fu il primo singolo a conquistare tutte e tre le  classifiche Usa: Pop, R&B e Country.

Il 23 Marzo 1956 venne pubblicata la versione più celebre di questa canzone,
sull’album di debutto di Elvis Presley.
Successivamente, l’8 Settembre dello stesso anno, venne rilasciato anche il singolo, con “Tutti Frutti” sul lato B.

“Roll Over Beethoven” – Chuck Berry

‎”Perdonaci, rotola via e ascolta un po’ di questo”

Chuck Berry

Long Island, NY 1974

E’ così che in questo singolo Chuck Berry si rivolge al caro Beethoven, esprimendo la volontà del rock and roll di rimpiazzare la musica classica.

Berry scrisse la canzone come un ironico omaggio alla sorella Lucy, i cui interminabili esercizi di musica classica al piano di casa lo facevano uscire di testa. La canzone venne pubblicata su singolo dalla Chess Records nel maggio 1956, divenendo una delle canzoni più reinterpretate della storia della musica popolare.

Ed eccolo qui a riproporre in live il brano nel suo stile trasgressivo ed inconfondibile. Chuck fu uno dei primi e dei principali artisti rock che diede un ruolo fondamentale alla chitarra elettrica, dilungandosi negli assoli, eccitando moltitudini di adolescenti con le sue sensuali mosse.

Testo:

I’m gonna write a little letter,
gonna mail it to my local DJ
It’s a rockin’ rhythm record
I want my jockey to play
Roll Over Beethoven, I gotta hear it again today

You know, my temperature’s risin’
and the jukebox blows a fuse
My heart’s beatin’ rhythm
and my soul keeps on singin’ the blues
Roll Over Beethoven and tell Tschaikowsky the news

I got the rockin’ pneumonia,
I need a shot of rhythm and blues
I think I’m rollin’ arthiritis
sittin’ down by the rhythm review
Roll Over Beethoven rockin’ in two by two

Well, if you feel you like it
go get your lover, then reel and rock it
Roll it over and move on up just
a trifle further and reel and rock it,
roll it over,
Roll Over Beethoven rockin’ in two by two

Well, early in the mornin’ I’m a-givin’ you a warnin’
don’t you step on my blue suede shoes
Hey diddle diddle, I am playin’ my fiddle,
ain’t got nothin’ to lose
Roll Over Beethoven and tell Tschaikowsky the news

You know she wiggles like a glow worm,
dance like a spinnin’ top
She got a crazy partner,
oughta see ‘em reel and rock
Long as she got a dime the music will never stop

Roll Over Beethoven,
Roll Over Beethoven,
Roll Over Beethoven,
Roll Over Beethoven,
Roll Over Beethoven and dig these rhythm and blues

45'

Roll Over Beethoven - Chuck Berry (Maggio 1956)

“Tutti Frutti” – Little Richard

Credo che ognuno di noi abbia cantato almeno una volta:
« Wop bop a loo bop a lop bam boom! »

E’ “Tutti Frutti”, il primo singolo di Little Richard, pubblicato nel 1955, entrato alla 17ª posizione delle classifiche statunitensi, nella 2ª nella classifica R&B statunitense e nella 22ª in quella britannica dei singoli.

Tutti Frutti«Ho avuto tutti-frutti in repertorio per anni», pare abbia dichiarato Little Richard. «Ma non mi era mai passato per la testa che fosse un pezzo che valesse la pena registrare su disco». Questo almeno fino a che il produttore Robert “Bumps” Blackwell non chiese a Dorothy LaBostrie – una giovane songwriter del Kentucky che da tempo lo assillava chiedendo di essere messa alla prova – di “ripulire” quel testo indecente che, tanto per non girarci intorno, alludeva al sesso anale (“Tutti Frutti, good booty / If it don’t fit, don’t force it / You can grease it, make it easy…”). «Così», raccontò Blackwell, «appena 15 minuti prima che il turno in sala di registrazione scadesse, arriva la ragazzina (LaBostrie, ndr) e mi mette sotto il naso quel suo testo banale». Banale, ma perfetto per passare attraverso le maglie della censura.
La canzone, con la sua celebre frase sopracitata, un’onomatopea dell’introduzione della batteria, divenne non solo un modello per le canzoni future di Little Richard, ma di tutto il Rock and Roll, grazie anche alla carica animalesca di Little Richard, insieme alla sua potente voce, affilata come una lama.